venerdì, marzo 30

America... in Italy!

Ero già emozionatissimo all'Ingresso dell'Estragon. Tanto da essere veramente teso. "I'll survive", "Ventura Higway", "Magic". Davvero avrei avuto l'opportunità di sentire canzoni che sono state in grado di farmi sognare come poche altre nella mia vita? E sarebbero state degne delle aspettative? Che un trentenne possa conoscere ed amare un gruppo come gli America è già abbastanza di per se un'anomalia, ma mi sono ritrovato nel commento di un ragazzo al bancone del bar - più tardi nella serata - che affermava con un'amico che il gruppo di Gerry Beckley e Dewey Bunnel rientrava in modo inderogabile fra le sue 5 band preferite di tutti i tempi. Storia lunga, già raccontata, di mito, un nome, in cui continuavo ad imbattermi fin da bambino a causa di un'amica piu' grande che aleggiava fra racconti di seratae pasaste in discoteca e apparizioni televisive in trasmissioni "cecchettiane". Mai sentito nulla. Anche perchè, una volta cresciuto, la loro popolarità si era sciolta come una zolletta di zucchero nell'oceano della pop music e di loro lavori non si riusciva a reperire nulla (dura la vita negli anni ottanta novanta, niente internet, niente postepay). Per radio poi passava solo "Horse With No Name", il loro brano piu' popolare ma meno rappresentativo (un brano che calca i cliche SCN&Y).

Il mio primo incontro ravvicinato con la band via walkmen fù con l'album del "Silent Letter" della Capitol Record, 1979. Anche se io lo ascoltai nel 1989. "All Around" mi era rimasta nel cuore, e anche "The only game in town", già due chiari esempi di come le due diverse anime della band, quella del romanitco Gerry e del ruvido Dewey si proponessero come il Lennon/McCartney della situazione. Ma il resto dell'album una noia mortale.

Sedimento.

Poi passa del tempo. Globalizzazione. Internet. Napster. E comincio ad imbattermi in dei brani che mi lasciano letteralmente senza fiato. "Submarine Girl", "Last Unicorn", "I need you", "SandMan". Complici sicuramente anche le magiche atmosfere notturne e l'attesa per ascoltarli, quei brani mi sono subito entrati nel cuore. E sono ancora capaci di farmi provare dei brividi. Riascolto "Silent Letter", e pian piano riabilito anche ogni brano dell'album (l'ho ascoltato per piu' di dieci anni). Pian piano riesco a trovare anche i vecchi lavori. Gli "America" diventano una droga.

Fuori dall'Estragon il botteghino con tante di quelle magliette di colori diversi che neanche United Colours of Benetton. Immancabile? Io non ci speravo. Mi accaparro subito una tee meravigliosa verde militare con l'insuperabile logo della band e le date del tour.

Dentro al palazzetto molta gente. Più o meno duemila persone. Non mi aspettavo una partecipazione simile. Pubblico molto eterogeno, anche se "i vecchietti" erano immancabili. E mi ha fatto piacere vedere ragazzi e ragazze che conoscevano a memoria i vecchi brani e i vecchietti che avevano studiato i nuovi. (l'ultimo album, "Here and Now", è semplicemente strepitoso). A dire il vero mi ha stupito ritrovarmi a sapere a memoria quasi il ogni brano della band, e sono stato piacevolmente colpito da diverse cose. Innanzitutto la voce di Gerry. Perfetta. Mi chiedo perche' in quel dannato live che hanno incluso nel nuovo album abbiano lasciato delle incisioni con una voce così stridula. Poi la scaletta. Veramente impeccabile! Dei nuovi brani non hanno fatta l'amata "Work to do", che chiude il recente film "Music & Lyric", ma evidentemente mi hanno preso sul serio quando scherzavo con un fan dicendo ironicamente "a me piacerebbe molto sentire ''Magic''", pensando con che coraggio avrebbero presentato un brano soft-disco ani ottanta. E INVECE L'HANNO FATTA!

Che atmosfere! Che canzoni! Che impasti vocali! Che band! Da sogno. Perche' con gli America si sogna, ed era bello guardarsi intorno e vedere coppie che si abbracciavano, ragazzi che sorridevano con occhi sognanti puntati verso il palco e "old ladies" che si commuovevano.

"E' un po più sfrontato ma è rimasto il solito ragazzino da college tutto posato e con gli occhialini di sempre", commenta una di loro con l'amica.

La band è veramente in una forma strepitosa, in particolar modo Dewey, con una voce inappuntabile e una presenza calibratamente carismatica che sembra fregarsene del passare del tempo. Ad un certo punt da' una spallatina a Gerry e indica un punto di fronte a loro. I due se la ridono. Nel maxi-schermo di fronte a loro stavano trasmettendo Batman, la vecchia serie televisiva. Contenti piu' che mai della risposta del pubblico italiano, veramente calorosissima ad ogni brano. Merito loro che hanno proposto dei pezzi cosi' belli in maniera cosi' impeccabile.

"Dovete sapere", dice Dewey, "che per lungo tempo il nostro produttore è stato George Martin. Beh. Forse alcuni di voi sapranno anche che, per un breve periodo, George ha prodotto anche un altro gruppo. Ecco un loro brano". E avevo gia' capito tutto. Parte "You're gonna loose that girl" dei Beatles, eseguita talmente bene da sembrare uscire fuori direttamente dal Cavern Club! Unica cover concessa insieme a "California Dreaming", di cui, sinceramente, almeno io non sentivo la necessità.

Notevole anche il gruppo di supporto, gli inglesissimi "Frame Of Mind" (Manchester England England), con un notevolissimo chitarrista (chitarrista e bassista ricordavano i due "Cool Kids Can't Die"), con un sound giovane, più rock ma molto in linea con la vecchia band che li avrebbe seguiti. Molto "Teenage Fanclub" col senno di poi. Propongono anche una cover di "Superstition" inframezzata da "Papa was a RollingStone". Proprio la band inglese viene alla fine chiamata sul palco per il gran finale: una digeribile e frizzante versione di "Horse with no name".

Sette chitarre sul palco. Fate voi. Dewey fa' un cenno al biondo chitarrista dei "Frame Of Mind". Gli sussurra qualcosa all'orecchio. Gli affida il primo assolo. Passa poi a presentare i vari membri della band e dello staff, dal bassista, che sembra la copia di Governator e con nostra sorpresa viene proprio dalla Califorina, al rodie da Tallahassee, città che prima di essere citata in Lost non si cagava nessuno. Viene anche nominato "Ron Wood" ad una delle chitarre. Ma... era proprio LUI? Se si' sbalorditivo...

Sogno dopo sogno, ogni canzone un'emozione, finise un concerto che avrei voluto vivere per tutta la vita, probabilmente quello che mi ha emozionato di piu' dopo quello dei "Flaming Lips". La soddisfazione di vedere gli spettatori disperdersi nel palazzetto con un pezzo di quei sogni nel cuore e un frammento di qualche ritornello ancora incollato nella mente. Canticchiando via la serata.

7 commenti:

Zonda ha detto...

Grazie a Milena per avermi fatto conoscere gli America e a Porl' per essere stato un attento compagno di concerto :)

AIRPOP ha detto...

...ecco di che concerto parlavi... ero a una cena aziendale...

Zonda ha detto...

Scusa. Non sono riuscito a frenare l'entusiasmo e ho usato te e Seek come valvola di sfogo via SMS ^^;

Seek ha detto...

figurati! neanche io ricordavo dove potevi essere...

federico ha detto...

Grande rece! anche se la serata ideale per andare all'Estragon sarebbe stata stasera... :P
C'era anche Cosucce?

Cosucce Psicotrope ha detto...

minchia adesso non ho tempo per leggere...però... gli AMERICA!!!
uao!

Zonda ha detto...

@ Federico: Ma anche no :P

@ Cosucce: MA ALLOA SEI VIVO! EVVIVAAA! :D

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